Home page
  TORNA IN HOME PAGE
 
 Il sindaco
 La giunta comunale

 Consiglio

 Uffici comunali
 Lo Statuto


 Attività produttive

 Urbanistica ed edilizia
 Scuola e servizi sociali
 Servizi demografici
 Tasse e tributi
 Albo pretorio
 Autocertificazione

 
 Dove siamo
 La storia
 Cultura e tradizione
 Eventi
 Photogallery
 
 Operatori economici

 A.S.CIL.Castellino

 Utilità
 Numeri utili
 Guestbook
 Link utili
 Web mail
 Newsletter
   
EVENTI


.: MANIFESTAZIONI ED EVENTI:

Il 16 gennaio la vigilia di S. Antonio Abate ,viene cotta e distribuita "la ricciata" (granone e grano messo a mollo due o tre giorni prima ) a tutti i devoti. Il Gesù Meri " é cott" "a recciat" (Gesù Maria é cotta la ricciata ? ) corre di porta in porta ed i ragazzi in modo particolare ne fanno delle vere e proprie scorpacciate. Gli anziani si soffermano intorno al grosso caldaio recitando varie orazioni al Santo, inginocchiati e con la mano destra poggiata a terra. Dopo si degusterà la ricciata con un po' di sale e olio novello affondando la mano nella "spasetta" di ferrobianco. Tale data segna anche l'inizio del carnevale ed ha radici molto profonde. Il martedì grasso e mercoledì delle ceneri si festeggia un Carnevale tutto allegro che accompagnato da suoni e canti arriva in piazza a cavallo ad un asino, sul tardi comincia ad avvertire dei forti dolori addominali e gli viene fatto un clistere con una rudimentale macchina da vigneto. Non dando buon esito il clistere si ricorre all'intervento chirurgico con attrezzi rudimentali. Spaccata la grossa zucca che funge da pancia ne escono fuori annoglie, pelle di capretto, cotiche, salsicce... alla fine i fagioli e il baccalà che hanno causato il malore. Con i conforti della quaresima il carnevale festeggia ballando la buona riuscita dell'intervento,(la quaresima è vestita di nero e molto magra). Il giorno dopo il carnevale morto viene accompagnato per le vie del paese dalla marcia funebre (a suo tempo era la rinomata banda castellinese ad eseguirla ) e dal pianto dei parenti. Non manca la schiera dei diavoli con tanto di forche e la croce obliqua stracarica di cipolle, aglio e peperoncino...
Finito il giro del paese il pupazzo viene impiccato in piazza e poco dopo incendiato sul rogo al suono sempre della marcia funebre, (vi sono canti, detti, grida che sono stati raccolti a parte).

Il 19 Marzo festa di S.Giuseppe si degustano 19 portate la carne è esclusa.La manifestazione richiama ancora oggi numerosi paesani e forestieri. Dopo la processione mattutina, il vecchio, la vecchia e l'angelo si recano alla tavolata e dopo la recita di alcune preghiere, picchiano con la forchetta nel piatto per dare il via alle varie portate. Durante le feste Pasquali e più precisamente, nella settimana santa c'è un gran da fare per le casalinghe che preparano "pigne" e "fiadoni" e dolci tradizionali. All' imbrunire del venerdì santo la folla dei fedeli si reca al calvario portando le statue del Cristo morto ricoperto di viole e primule e dell'Addolorata. La croce viene portato da uno degli apostoli che hanno partecipato alla lavanda dei piedi del giovedì Santo, (il calvario è stato costruito nel 1862 dagli scalpellini castellinesi - in pietra grigia - ed è veramente molto bello ed artistico). Il lunedì in Albis vede tanta gente recarsi al calvario con la fiaschetta, i dolci ed al suono delle "tritacche" e delle raganelle si festeggia il Cristo risorto.

Feste pasquali:

Giovedì Santo: La sera del Giovedì Santo vi sono i Santi Sepolcri con la rappresentazione religiosa raffigurante i Dodici Apostoli, che svolgono in Chiesa il rito della "lavanda dei piedi".

Venerdì Santo: All'imbrunire del venerdì santo la folla dei fedeli si reca al calvario portando la statua del Cristo morto ricoperto di viole e primule.

Il Lunedì di Pentecoste viene festeggiata la B.V. delle Grazie alla quale è dedicata la trecentesca cappella che domina il paese. Alle undici la processione dalla Chiesa madre si reca alla Cappella ove poco dopo vi sarà la benedizione degli animali e delle varie offerte che poi verranno vendute all'asta nel tardo pomeriggio. Vanno ricordati i numerosi canestri ricolmi di biscotti e pastarelle, i boccioni incravattati dai biscotti, la croce di canna verde carica di funghi "gallinacci" e fragolette di bosco. Quella della B.V. delle Grazie è senza dubbio la festa più grande anche per i castellinesi emigrati oltre che per i numerosi forestieri devoti che per la processione sono sempre numerosi.

Il 12 giugno a sera prima del giorno della festa di S.Antonio di Padova, il piccolo paese cambia volto. Numerosi sono i grossi fuochi che chiudono la tredicina in onore del Santo. In grossi caldai vengono cotte le "sagnitelle" condite con il sugo "bugiardo" per poi essere distribuite gratuitamente a tutti. Poi prende vita il pizzicantò (da tre anni vi è proprio una sagra a lui dedicata) ovvero la piramide umana formata da tredici persone le quali al canto del pizzicantò percorrono le vie del paese per recarsi poi a casa del comitato festa 'u debbetate', per rimediare la bevuta, sempre che lungo la strada non 'si fa la "botta" e cioè che la piramide cade. Il pizzicantò è senza dubbio la tradizione popolare più sentita, oltre che la più antica.

Il 24 Giugno per i festeggiamenti di S.Giovanni Battista tutti i bambini castellinesi in costume seguono l'agnello che viene portato a spalla con grida festose ed allegre; si potrebbe definire la festa dei ragazzi.

Mese di Luglio: I castellinesi invadono il pianoro di "Castellino Nuovo" per festeggiare il "Cuore SS. di Gesù". A sera dopo le funzioni religiose, processione e fuochi artificiali. Si possono degustare vari arrosti oltre che la magnifica aria di bosco.

16 Luglio - Festa dei Mietitori B.V. del Carmelo : Durante la processione delle undici sfilano i mietitori con i covoni portati "ni Chevelle" da asini e muli (Castellino non annovera carri). Non manca il canestro che contiene la "spasa" ricolma di canneroni sugo rosso "casciaove" che sarà il premio per tutti a fine sfilata, (una volta si faceva la gara a chi finiva prima di mangiare i canneroni forti di peperoncino con le mani legate sulla schiena, 1'ultima risale al 1956) (molte volte è stata riproposta la tresca del grano nella maniera tradizionale).*A fondo pagina la spiegazione completa.

Ad Agosto da vari anni il rientro dei numerosi emigrati ha fatto generare varie accoglienze ed iniziative di carattere culturale e ricreativo. Campionato di calcio, gara podistica, premio di poesia dialettale, mostra fotografica e di oggetti dell'artigianato locale. Serata Folklorica, serata musica classica, serata musica leggera serata dedicata ai ragazzi. Tutto ciò contribuisce a rendere più piacevole il soggiorno dei vari turisti che stazionano in paese un minimo di venti giorni e sono sempre più di trecento

Il 1 Agosto ricorrono i festeggiamenti per il Santo Patrono, per questa festività in onore di San Pietro in Vinculis, oltre alle funzioni religiose mattutine, (va ricordato l'inno antico "Oh Sancti Coeli Ciaviger") vi sono varie gare popolari tra cui la cuccagna, la corsa degli asini, la corsa nei sacchi, la sagliocca ecc. ...

15 e 16 agosto - B.V. Assunta e San Rocco

29 settembre - San Michele

12 dicembre - Fiera di S. Lucia

13 dicembre - Processione in onore di S. Lucia


.: Festa della Tresca(o della Mietitura)
Lungo il tratturo transitavano a maggio folte schiere di braccianti agricoli, che dalle alture appenniniche molisane scendevano a valle verso la capitanata per mietere il precoce grano pugliese, e risalivano a luglio insieme ai braccianti foggiani per attendere alla mietitura in montagna.
Povera gente! munita solo di un sacco per dormire all'addiaccio e delle falci, unici arnesi da lavoro, percorrevano il tratturo come la strada del calvario.
Si dirigevano, dividendosi a gruppi, nei vari paesi attendendo, seduti o sdraiati sul selciato delle piazze o sui marciapiedi, i contadini-proprietari che contrattassero la loro prestazione d'opera.
Una volta chiuso il contratto, si partiva per i campi di grano fra una fioritura di canti.
Per quella societa' contadina, quotidianamente attrice e spettatrice di tanta miseria, il canto era un'evasione della sofferenza, era l'esplicita protesta contro un ingrato destino e una fatica matrigna, era il lamento dell'eterno diseredato che, detto con il cesario - si lasciava prendere dai signori dell'intelligenza i germi fecondi dell'anima sua, i suoi temi lirici, le sue invenzioni narrative, le sue aspirazioni e le sue rivolte, i suoi miti, i suoi proverbi, le sue salutari esperienze dell'erbe e dell'acque, le sue tradizioni d'ogni maniera.
In Molise, il Folklore e le Tradizioni popolari, sono ancora cosi' radicate che sono difficili da sopprimere, come nel caso di Castellino del Biferno, un paese in provincia di Campobasso.
L'origine di Castellino, secondo l'opinione di alcuni scrittori, sarebbe da collocare nei primi anni del secolo XI, facendo coincidere la data della prima documentazione con quella dell'origine.
Vi è poi qualche altro autore che, andando un pò oltre, ha creduto di individuare in un duca, di nome Lino, l'artefice della fondazione di Castellino.
Pur ritenendo piu' probabile che il nome di Castellino possa derivare da quello di uno dei primi signori del luogo, non si puo' escludere una diversa etimologia.
Castrum Lini, sembra indicare un paese fortificato, non un castello, il cui nome era semplicemente Lini o Lino.
Poiche' il nome ai vari nuclei abitati, al tempo dei Longobardi e dei Normanni, veniva dato collegandolo strettamente con una caratteristica del luogo quale una rupe, un colle, una chiesa, non ci sembra un'ipotesi campata in aria collegare il nome di Castrum Lini con la coltivazione del lino che, nel secolo X vi poteva fiorire.
Probabilmente, nei primi anni, l'abitato di Castellino era formato in un piccolo villaggio sviluppatosi, successivamente, intorno alla chiesa.
Gli abitanti conservano ancora quella tradizione dei donativi del grano alla Madonna del Carmine. La festa cade il 16 luglio.
Il giorno che anticipa la festa, si da il via alla rappresentazione della "tresca".
In uno spazio accuratamente addobbato che rappresenta l'aia, di un tempo dove le donne rattoppavano i sacchi, facevano la calza e preparavano gli attrezzi: forche, crivelli, scarpone e altri arnesi.
La trebbiatura impegnava tutta la famiglia e almeno dieci uomini del vicinato in un ciclo lavorativo comprendente due o tre settimane nella strutturazione consueta dell'aiuto per aiuto.
Le famiglie del vicinato o contrada programmavano lo svolgersi dell'attività sulla base di un accordo collegiale stabilito dai rispettivi capofamiglia.
La metodologia lavorativa adottata nella trebbiatura, affondava la sua origine in consuetudini arcaiche e uso di attrezzi rudimentali ed era organizzata secondo fasi che comprendevano lo sgranamento, la separazione della pula, la raffinazione del seme e la conservazione.
Arrivava l'asino che trasportava i covoni e le manatelle, il mietitore depositava cannelli, falce e manicone.
La fase dello sgranamento aveva inizio dopo aver disposto i covoni nell'aia a cerchio serrato, facendo attenzione a che le spighe fossero rivolte verso l'alto, successivamente si eseguiva la battitura.
Uomini muniti di mazza fruste oppure alla guida di asini legati tra loro salivano sul cerchio di covoni facendo calpestare l'intero mucchio, oppure si legava dietro l'asino una pietra piatta e si dava inizio alla guadagna ovvero alla tresca.
Tutti collaboravano a rintuzzare il grano, e durante tale operazione ogni tanto ci si fermava per una bevuta al tragno pieno di acqua fresca.
Dopo una prima sommaria separazione tra paglia e seme, si eseguiva lo "sfurchette", si buttava la paglia in aria con i forconi per separarla dai semi.
Quando tutte le spighe erano sgranate si continuava con "lu restregne" formando un unico cordolo composto da seme, pula e polvere.
A questo punto si attendeva la brezza per dare inizio alla ventilazione, operazione conclusiva con la quale la polvere e la pula erano completamente separati dal seme.
La migliore raffinazione si otteneva successivamente con la setacciatura e il lavaggio del grano, normalmente svolti in periodi meno frenetici.
Arrivava il padrone con lo schioppo e la fiasca, la donna con il canestro.
La giusta ricompensa: canneroni, casceove e vino...dalla fiasca..
L'importanza del lavoro era sottolineata anche da
un'alimentazione piu' ricca: oltre ai maccheroni con l'uovo - cibo di raro consumo - si cuocevano galli arrosti, abbondantemente accompagnati dal liquoroso vino cotto, tanto consumato in anni addietro quanto sconosciuto oggi.
Suoni e canti salutavano la fine e l'asino andava via con i sacchi del grano.
Il giorno successivo, dopo la santa messa, tutti i fedeli si ritrovano davanti il sacrato della chiesa dove si attende che la statua della Beata Vergine del Monte Carmelo conosciuta meglio con il nome della Modonna del Carmine, venga portato fuori per poi portarla in processione per le vie del paese.
Mentre la processione attraversa tutto il paese, il gruppo di persone che il giorno precedente si sono cimentati alla rappresentazione della tresca, sono in attesa del passaggio della Madonna per farle omaggio del grano.
I rapporti tra la cultura contadina e il mistero sacro sono passati quasi sempre attraverso immagini femminili.
Donare le primizie del raccolto ai Santi e alla Madonna, è sempre stato per i contadini un gesto di rispetto e di ringraziamento per la buona annata.
L'avvenimento del raccolto, scioglie un nodo di preoccupazione e di attesa accumulati fin dal momento della semina, deve essere celebrato con gioia e solennità.
La citazione della festa, tuttavia, in origine aveva anche una funzione sociale più completa, serviva per esorcizzare l'angoscia che spesso cominciava a serpeggiare all'interno del gruppo al termine della mietitura.
Certo il ciclo agrario si era chiuso con successo, ma ora davanti alla comunità ce n'era uno nuovo carico di rischi non meno preoccupanti dei precedenti.
Bisognava ricominciare tutto da capo, nulla era stato risolto in modo definitivo.
Ancora una volta il risultato conseguito doveva essere messo in gioco.
La festa del grano aveva proprio queste paure e queste incertezze che coinvolgevano ciascun agricoltore in una parentesi di allegria obbligatoria, santificata e resa significativa dalla presenza della divinità.
L'offerta di una parte dei nuovi raccolti è sempre stata un elemento essenziale delle regioni agricole, anche se storicamente ha assunto forme e significati diversi: mangiare il pane fatto con il grano del nuovo raccolto equivaleva a compiere il nuovo passo nel nuovo ciclo agrario.
Un'azione troppo densa di significati per non nascondere dei rischi: doveva essere dunque la divinità ad aprire la strada assaggiando per prima quella parte del raccolto che la comunità le donava.
La processione si ferma nei pressi di un crocevia per aspettare i carri che presto sfileranno davanti alla Madonna e al parroco che si appresta a impartire la benedizione.
Al termine della cerimonia la statua della Madonna viene riportata in chiesa.
Dopo la processione tutti in piazza per mangiare i cannelloni in compagnia, un gesto giusto per rievocare il pranzo che veniva consumato durante la mietitura e il momento della tresca.
 

COMUNE DI CASTELLINO DEL BIFERNO
Indirizzo: Piazza Municipio N° 16
Tel.: 0874 -745148  Fax: 0874 -749027